IL DIVERSO “SAPORE” DEI PIXEL

Pubblicato: 14/11/2017 da Admin in Fotografia
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I prodotti belli sono sempre di nicchia e spesso è il prezzo a farli essere tali: potersi permettere un prodotto ottimo e costoso significa automaticamente dichiarare “Io posso permettermelo e tu no. Io faccio parte di un gruppo di eletti al di là del fatto che sappia trarne il massimo”. Che si porti al polso o al collo, che si utilizzi per andare al prendere il caffè al bar arrivando dal garage 300 metri più il là, che si adoperi solo per scaricare la posta e scrivere messaggi su WhatsApp, il fascino di determinati oggetti è indiscutibile: sono prodotti di gran classe ed elevata qualità il cui nome basta da solo a suscitare emozioni ed invidia.

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Ci sono altri nomi, invece, che non fanno parte dell’immaginario collettivo, ma sono prodotti di nicchia in quanto conosciuti ed apprezzati da pochi, direi quasi per palati sopraffini, persone che non badano all’ostentazione ma ai risultati, spesso conseguiti con grande difficoltà. Niente di “cotto e mangiato”, niente di scontato, se ne parla tra veri appassionati e solo con questi si possono condividere gioie e dolori. Stiamo parlando del Foveon, il sensore unico al mondo ad utilizzare una tecnologia a strati simile a quella della vecchia pellicola fotografica, contrapposto a tutti gli altri sensori – poco importa chi li produca – denominati “a matrice di Bayer” o, più semplicemente, “Bayer”. Dagli schermi dei computer e degli smartphone ai sensori delle fotocamere, i colori vengono visualizzati grazie al “trucco” dei pixel rossi, verdi e blu disposti uno affianco all’altro come nella TV di casa, lo stesso che avviene anche nella stampa tipografica utilizzando però i colori complementari (CMYK, ciano, magenta, giallo e nero). Basta osservare da vicino un grande manifesto pubblicitario in strada per scoprire l’inganno: i puntini colorati sono visibilissimi e, in realtà, non esistono altri colori che quei quattro. Da lontano – grande magia – tornano ad apparire tutte le sfumature: è il nostro occhio ad essere limitato, ma senza questi limiti non potremmo goderci i colori del mondo in fotografia, TV e sulla carta stampata.

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Il colore è sempre un inganno, un’illusione, non esiste per davvero, ma tra gli inganni il più verosimile è senz’altro quello del Foveon, non per niente è lo stesso metodo adoperato per decenni nella mitica pellicola diapositiva Kodachrome, il massimo di qualità che si poteva avere nel mondo delle diapositive: i colori erano più “solidi” e corposi (oltre che più resistenti nel tempo) rispetto a qualsiasi altra pellicola invertibile.

Il Foveon come il Kodachrome: una qualità elevatissima vissuta in maniera modesta, senza bisogno di ostentare alcunché. Chi fa certe scelte non si vanta dei mezzi ma dei risultati, vale a dire le proprie foto e la fatica per arrivare ai risultati che aveva immaginato sin dall’inizio.

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Le fotocamere Sigma sono le uniche al mondo ad avere il sensore Foveon e questo spiega perché nessuno se le appenda al collo per ostentarle negli eventi: con le fotocamere Sigma e con il Foveon ci si lavora, spesso sul treppiedi, e quando non servono per fotografare, si ripongono nella borsa. Del resto nessuno direbbe “WOW” vedendo un fotografo con una Sigma al collo, ma lo dirà senz’altro vedendo i risultati.

Se i fotoamatori che usano le fotocamere Sigma sono pochi, lo sono ancora meno i professionisti e spesso sono specializzati in aree specifiche. Non sono mai i fotografi che fanno scena e stanno sulla bocca di tutti, ma sono quelli che pubblicano libri e realizzano molte delle foto che si vedono in giro. Nessuno conosce la fotocamera con cui sono state scattate, talvolta neanche il nome del fotografo, ma conosce le fotografie.

Tra i bravi professionisti che usano il Foveon, senza voler far torto agli altri, voglio elencarne tre – in semplice ordine alfabetico – che si differenziano dagli altri per il loro talento, le loro foto ed i loro generi particolari.

Alberto-Bregani-190px.jpgAlberto Bregani, fotografo di montagna. È un fotografo professionista di montagna e di paesaggio, considerato tra i più validi interpreti del bianco e nero. Cresciuto a Cortina d’Ampezzo, dove ha vissuto fino all’età di 20 anni, maestro di sci, ex-atleta di discesa libera, figlio d’arte – il padre Giancarlo fu alpinista, scrittore, musicista, documentarista di montagna con premi cinematografici e letterari – fotografa prevalentemente in pellicola medio formato o, oggi, in bianco e nero digitale trovando nella modalità “Monochrome” del Foveon il gusto del bianconero analogico.

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Rino-Giardiello-190px.jpgRino Giardiello, fotografo di architettura. Architetto, fotografo di architettura e direttore della rivista fotografica “Nadir Magazine” dal 1997. Per le sue foto di Architettura, pubblicate su prestigiose riviste cartacee e on-line, utilizza da anni il Foveon dopo aver cercato a lungo la resa che aveva con il medio ed il grande formato analogici. “Non è una questione di definizione” – sottolinea Rino Giardiello – “ma di tipo di resa e quella del Foveon è simile a quella della pellicola sia a colori che in bianconero con tutti i vantaggi del digitale. La qualità degli obiettivi Sigma serie Art fa il resto”. Una grande sensibilità che gli consente di raccontare le architetture nel pieno rispetto delle migliori regole compositive.

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Claudio-Schincariol-190px.jpgClaudio Schincariol, fotografia all’infrarosso. Viene catturato dal fascino della fotografia infrarosso negli anni ’90, dopo un incontro con Frank Dituri, uno dei fotografi più grandi in questo ramo della fotografia. Le fotocamere Sigma dotate di sensore Foveon sono già pronte per la fotografia all’infrarosso, basta rimuovere un filtro all’interno del bocchettone portaottiche, e Claudio ha adottato per le sue foto questo sensore intorno al 2000. Con le reflex Sigma SD nel 2014 sperimenta una nuova tecnica unica e personale: l’IR PAINTING, con l’ausilio di mezzi autocostruiti.

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