L’amore per Roma ai tempi del Covid

Pubblicato: 04/04/2020 da Staff in News, Viaggi
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Foto e testo di Ornella Lotti

Ho voluto rendere omaggio alla mia città ferita e nuda.
Ma chi, potendo, non lo avrebbe fatto?
Volevo scrivere un articolo appositamente per raccontare una città che molti romani, discendenti di antichi e più attenti avi, trattano come se fosse realmente eterna.
Invece, giorno dopo giorno questa magnifica perla in mezzo all’Italia si deteriora, si consuma, si nasconde ed infine sparisce sotto gli occhi indifferenti dei suoi amati abitanti.
I Romani non sono tutti uguali, esattamente come non lo sono i Milanesi, i Napoletani e tutte le variopinte genti che abitano l’Italia. Ma molti, direi troppi, anche se la minoranza, passano ormai senza curarsi del loro incedere in mezzo ad un cammino antico ma ben presente.
Roma bisognerebbe svuotarla, dico io che sono estrema, dal centro fino alla prima periferia romana. Tutta la zona che poggia su palazzi, dimore, strade e cortili ancora visibili, di epoca fino ai primi del ‘900, sono sotto strati di materiale umano: automobili, motorini, ambulanti, negozi improbabili con avventori di ogni genere. Sono sparite o quasi le botteghe romane. Che peccato, che orribile fato, lasciare il posto a dozzinali negozi di catene in franchising che sono uguali in ogni parte del mondo. Ogni artigiano è (era) un eccelso modellatore della vita quotidiana locale e non.
Ma ora non ci sono quasi più.
Così, anche per ritornare a vedere la mia bella città, ho cominciato a girare per Roma catturando scorci e storie che non si narravano più da tempo. Ma l’occhio e la luce hanno dato l’impronta potente della  malattia.Non stavo andando peregrina: nel cercare scorci, modi e tempi inusuali per raccontare quanto è bella Roma, ho cercato di infilarmi proprio là dove di solito il materiale umano è più presente e sconvolgente.

Ho cominciato con la zona di via della Pace e la chiesa di S.M. della Pace, che è sempre e comunque circondata dalle macchine, ma almeno non ci sono i motorini addossati al colonnato.

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Qua ho volutamente esagerato la chiusura delle ombre, per cancellare una presenza ingombrante e renderla più leggera, ma non invisibile – direi per fortuna, in questo caso.

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La luce ogni tanto bruciava i colori ma questo ha reso più luminosi i marmi ed i travertini che hanno dato spunto poi per altri scorci. Il sole si è insinuato ovunque, illuminando fin all’interno le pieghe dei palazzi ed altrettanto fortemente ha sbiancato i muri.
Situazione difficile di scatto, ma che ho voluto sfruttare per creare geometrie interessanti con le lame di luce: lame, come quelle che in queste ore tagliano le nostre vite. Spiccano così diagonali inaspettate, che denunciano congiungimenti di antichi palazzi, incastrati come in un tangram.

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Un’altra svolta e quasi entriamo a piazza Navona. Il vicolo, vuoto, fa da accogliente passaggio e dolcemente, pur nella luce potente del sole, si apre uno degli scorci più incantati di Roma.
Li avete guardati, questi palazzi? Romani, mai veramente guardati? Come si fa, quando la piazza è piena e le botteghe aperte?
Sono meravigliosi, splendenti, e donano una cornice iconica alle fontane in questo momento così silenzioso che vien voglia di rimanere qua a rimirarli a lungo. In silenzio.
Perché questo è il punto più evidente di questo disastro: il silenzio.
Nessun rumore, nessuna voce.
Solo un gran chiacchierare di statue e di marmi e di pesci e di tritoni.
E di piccioni…
Quasi sembra che il tritone del Bernini che tutti conosciamo e che si difende dalla chiesa del Borromini sia infastidito dal sole abbagliante.

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Non lo nego: la gamma della macchina mi aiuta come forse una pellicola non avrebbe potuto, e nonostante una differenza di più di tre stop, riesco a vedere in ombra ed alla luce.

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Ma il sole stesso ci apre questa immensa nave alla vista, tutta insieme, in pieno giorno, disabitata come (quasi) mai. Ma piena di vuoto umano, un vuoto che cammina lungo questo ponte, rallentato dal silenzio, da una luce ferma.

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E’ sicuramente piacevole da vedere, ma meno da vivere. Una città come Roma, vuota, sembra una città fantasma.

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Via della Conciliazione, san Pietro. Non vuotissima, perché ciò che si nota davvero in questo momento sono i tanti homeless, compostamente seduti, compostamente a piedi, compostamente mai sdraiati. Si vedono tutti. Si distinguono solo loro. E la polizia.

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Ma i “barboni”, i “senza tetto” purtroppo sono tanti, purtroppo senza difese, senza mura di contenimento, senza guanti, mascherine, disinfettanti, senza neanche attenzione a tutto questo.
Ciò che colpisce è che questo vuoto umano è riempito proprio da loro, che vagano soli.
Li ho visti persi dentro la città, farne parte come un capitello. Spariti eppure ancora più presenti. Perché esseri umani che non hanno un posto dove andare a chiudersi alle spalle questo maledetto virus.
E poi c’è la polizia. Tanta, a San Pietro. Primo check sulla nostra presenza. Qualche altro fotografo, ma devo dire pochi. Mi ha anche ritratto un giovane collega, in mezzo a via della Conciliazione, seduta per fotografare S. Pietro e la sua cupola, in una luce gialla, pesante, “grassa”, direbbe Malaparte.
Infatti il sole, in quel momento occultato, ha reso tutta l’immagine un po’ istantanea, più antica, più significativamente malata.
Non è uno scatto a vuoto. È uno scatto pieno di vuoto. San Pietro, dov’è il tuo splendore adesso?
Quando riprendiamo il motorino ci fermiamo alla nostra ultima tappa: Castel Sant’Angelo ed il suo ponte.

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Mai vuoto di persone, ho dovuto attendere qualche minuto per aspettare che l’ultimo passante sparisse alla mia vista e regalarmi così una immagine inusuale. Ma il vuoto sembra essere inventato. Non sono luoghi da fotografare senza una vita in mezzo.

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Il sole era velato, ma ogni tanto usciva a rispecchiarsi sulle superfici marmoree.
L’acqua del Tevere non cambia mai, di un miserevole colore marrone verde. Che in queste ore così difficili è ancora più densa, quasi solida.

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Ho fotografato un pezzo di storia immerso nel presente, non solo la storia.
Un presente pesante, ma che, a mio personalissimo giudizio, è un avviso dell’ambiente. Un avviso potente.

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Macchine industriali si stanno fermando. Le acque del mondo si stanno ripulendo. E Roma è piena di uccelli che volano liberi nell’aria sacrificale della natura.
Ti guardano e sembra dicano: ora è nostra.

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© Ornella Lotti, 2020

 

 

 

 

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